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Ronci, dalla gavetta al trionfo:le sue mosse hanno regalato la Coppa Italia all'Atessa
A 28 anni ha lasciato il campo per una serie di infortuni che non gli permettevano più di allenarsi con regolarità. Una sofferenza enorme per un leone come lui, abituato a lottare sempre, anche nelle partitelle del giovedì.
Donato Ronci però non poteva rimanere a lungo lontano dal calcio. Nel maggio 2002, infatti, subito dopo il ritiro, aveva già il patentino di allenatore in tasca e la prima proposta della sua nuova carriera: il Moscufo, in Seconda categoria.
Nasce qui la storia dell'ultimo vincitore della Coppa Italia regionale di Eccellenza con l'Atessa.
Pronti via e, sulla panchina giallorossa, Ronci centra la promozione. Ne servono solo altri due per arrivare in Promozione, un risultato storico per il piccolo centro pescarese dove ha lasciato un ricordo indelebile...
Dopo aver salvato la squadra in Promozione nel 2006, arriva la prima occasione in Eccellenza: lo chiama l'Atessa. Il presidente Del Matto scommette sul giovane allenatore affidandogli la panchina fino ad allora occupata da Giandonato con ottimi risultati. Ronci accetta la sfida.
Nel primo anno in Eccellenza, con una squadra totalmente rinnovata (vanno via 18 giocatori su 20), arriva ad un passo dai play off, persi solo per un rigore sbagliato al 90' contro l'Hatria, proprio come l'anno prima furono decisivi gli errori dal dischetto di Soria e Campli nelle fasi finali dei play off, contro la Valle del Giovenco.
Quest'anno la società gli ha affidato una squadra che, a detta di tutti, era da primi posti. La partenza lanciata porta 9 punti nelle prime tre partite. L'assenza di Padolecchia per infortunio, qualche problema all'interno dello spogliatoio, la consapevolezza di vincere le partite prima di giocarle, sono alcune delle cause che portano poi l'Atessa a fare 5 punti in 8 gare. Un rendimento al di sotto delle possibilità della squadra.
Ci voleva una svolta e il presidente Del Matto ha trovato la soluzione. Non allontanado il mister, ma rinnovandogli la fiducia e apportando delle sostanziali modifiche nella rosa dei calciatori. Alcuni avevano manifestato la volontà di andare via e sono stati assecondati, dando così spazio a dei ragazzi che hanno dimostrato il loro attaccamento alla maglia e al gruppo. I risultati non si sono fatti attendere: la marcia verso posizioni più tranquille è subito ripresa, senza tralasciare l'impegno in Coppa Italia, la cui finale era annoverata tra gli obiettivi di inizio stagione.
A poche giornate dalla fine del campionato, il grande traguardo è già riposto in bacheca. Per l'altro manca ancora qualche punto. E poi c'è la fase nazionale di Coppa, che porta in serie D. Un gran finale per il tecnico più promettente del panorama regionale.
La finale di Coppa poteva anche essere preventivabile, ma è arrivata addirittura una vittoria. Meritata nonostante le assenze di peso.
«Arrivare in finale non è stato facile. Voglio ricordare che abbiamo eliminato squadre come Pro Castel di Sangro, Casoli, Guardiagrele e Spal Lanciano. Sono tutte avversarie che ambivano a vincere la Coppa, esattamente come noi. La vittoria contro la formazione aquilana è arrivata interpretando nel modo giusto l'impegno. Eravamo consapevoli di avere un'occasione unica per vincere il titolo, anche se avevamo delle assenze importanti. I pronostici erano tutti per L'Aquila, gli avversari potevano mettere in campo la migliore formazione e nelle occasioni importanti avevano raramente fallito l'obiettivo. Tutto questo ci dava una carica enorme, volevamo portare il nome di Atessa nella storia del calcio abruzzese e dimostrare a tutti che nel calcio non c'è niente di scontato».
Come pensava di mettere paura alla corazzata aquilana, avendo il solo Palombizio in avanti?
«Non è detto che giocando con un solo attaccante non si riesca a vincere. L'idea era quella di aggredire gli avversari molto alti. I loro giocatori di qualità dovevo tenerli sotto costante pressione e quanto più possibile lontani dalla nostra area. Cercando di recuperare palla e attaccare gli spazi con i centrocampisti, per non dare punti di riferimento alla loro difesa».
In questo modo non temeva di chiedere troppo ai suoi ragazzi dal punto di vista atletico, tenuto conto dei ritmi alti del primo tempo?
«Abbiamo portato avanti un programma atletico molto importante che ci ha permesso di raggiungere la migliore condizione proprio in questo periodo, non sono casuali le tre vittorie consecutive in campionato. Speriamo di riuscire a mantenerla il più a lungo possibile. In queste occasioni si riescono a trovare degli stimoli che non fanno sentire nemmeno la fatica. Eravamo troppo determinati e concentrati. Non potevamo fallire l'appuntamento».
Il maggior tasso tecnico degli avversari non è bastato a fare la differenza ?
«I valori tecnici in queste partite vengono molto ridimensionati perchè vince la maggiore cattiveria agonistica, chi ha più fame, più determinazione e volontà di raggiungere l'obiettivo. Poi ci tenevamo a battere una squadra come L'Aquila che pensava di avere già vinto la finale. Abbiamo dimostrato a tutti la forza caratteriale del nostro gruppo».
Pensa che qualche giocatore della sua squadra sia stato determinante ?
«No, è stato importante muoversi da squadra: essere organizzati, soprattutto nei movimenti senza palla».
Una parola per Palombizio.
«Se impara a gestire certi momenti della partita, può diventare un giocatore importante anche per le categorie superiori. Comunque, nell'unica occasione in cui si è liberato dalla morsa dei difensori avversari, è andato in gol, dimostrando tutta la sua bravura. Non dimentichiamo che è un fuoriquota classe 1989».
Un bilancio della sua prima finale di Coppa Italia.
«Innanzitutto ci tengo a ringraziare la società del Notaresco nella persona del suo presidente Pietro Giansante, per l'ospitalità ricevuta, e tutto lo staff organizzativo. Ringrazio anche la mia società, il ds Berardinello, il presidente Nicola Vitelli, lo sponsor Frentauto e in particolar modo il presidente Giacomo Del Matto, che ha sempre creduto nella squadra e ci ha sempre trasmesso tranquillità e serenità in tutti i momenti difficili del campionato. Abbiamo sempre lavorato di comune accordo in tutte le situazioni, ci siamo confrontati per il bene della squadra. E' un uomo di calcio, ha esperienza da vendere, mi sono sempre fidato di lui e, nei momenti difficili, mi è sempre stato vicino. Non dimentico che in qualsiasi altra società avrei rischiato l'esonero. Cinque punti in otto gare sono davvero pochi, ma lui mi ha sempre difeso e questa vittoria lo ripaga delle scelte che ha fatto, dimostrando ancora una volta a tutti di essere il numero uno. Sono orgoglioso di entrare nella storia di questa società e di allenare un gruppo incredibile fatto di uomini veri. Una dedica speciale alla mia famiglia e a mia moglie Barbara, se ho raggiunto questo traguardo il merito è anche loro».




