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Tavecchiopoli vive e s'ispira al conflitto d'interessi nella magistratura.

da avanti.it

Troviamo sul quotidiano l'Avanti (avanti.it) un illuminante e meraviglioso articolo denuncia sui conflitto d'iteressi che vive (e prolifica) nella magistratura. Un'altra visione del malessere del calcio, considerato ormai solo come territorio di conquista e sperimentazione. Leggendo l'articolo molti di voi troveranno diverse affinità con quello che andiamo denunciando da qualche mese.

"da avanti.it"

“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”. Alcuni versi della “Divina Commedia” potrebbero trovare collocazione sulle porte delle aule giudiziarie italiane sotto forma di avviso per i cittadini che chiedono giustizia alla magistratura. Se, poi, le porte sono quelle della aule della Cassazione (in particolare della settima sezione), l’avviso potrebbe essere integrato da altro verso dantesco: “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”.Il presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, ha risposto di recente a questo giornale sostenendo che la ragione dell’ormai prevalente inammissibilità delle istanze è relativa ai “ricorsi bagatellari”. Questo può anche essere vero, stante la emergente mediocrità; ma se la magistratura, che dovrebbe essere soggetta solo alla legge, autonoma e indipendente, imparziale e terza - articoli 101, 104 e 111 della Costituzione -, conta centinaia di magistrati che contemporaneamente ricoprono incarichi extragiudiziari, e addirittura dirigono uffici politici e amministrativi di rilevante interesse sociale ed economico, sorge il fondato dubbio che qualche ricorso non sia “bagatellare”, ma imbarazzante e fastidioso all’immagine della imparzialità e terzietà della magistratura.Prendiamo ad esempio la situazione della magistratura nei procedimenti dei cittadini contro il Coni e le Federazioni sportive che amministrano la più potente industria italiana, quella del calcio. In Cassazione, fino a pochi giorni fa, il titolare dell’azione disciplinare per i magistrati ha avuto per anni un incarico extragiudiziario per il Coni e per la Federazione italiana gioco calcio (in passato regni incontrastati di Luciano Moggi). Incarico per il quale ha frequentato l’attuale avvocato di Moggi nel procedimento Gea di appello, seduti nella stessa commissione di giustizia sportiva. Peraltro, tale commissione aveva la funzione di decidere controversie di carattere sportivo, ma con risvolti economici ingenti per tesserati, affiliati, tifosi e azionisti delle società di calcio. E quando leggiamo l’elenco dei magistrati che in Cassazione si sono trovati nella stessa situazione, allora sorge il sospetto che chiedere giustizia sia peggio che andare nell’inferno dantesco.Gli unici procedimenti contro il calcio approdati in Cassazione in questi anni di scandali, sono stati quello sul doping (che ha riguardato Juventus di Moggi, Giraudo e Bettega, caduto in prescrizione addirittura per un semplice errore di notifica della Cassazione - caso rarissimo) e quello della Procura di Napoli contro Franco Carraro, all’epoca dei fatti presidente della Figc, conclusosi con un proscioglimento. Carraro, per anni, insieme al presidente del Coni, sceglievano e nominavano i magistrati nelle commissioni di giustizia sportiva. E che dire della situazione del presidente del Tar del Lazio, il quale, nonostante una apposita legge dello Stato del 2003 indicasse quel Tribunale amministrativo come l’unico competente a decidere i ricorsi contro il Coni e le Federazioni sportive, è da anni uno dei massimi collaboratori della Figc; e con lui membri del Consiglio di Stato e della Corte dei conti (“…demonio, non ti crucciare”)E ancora: un magistrato, ex giudice sportivo, che il presidente della Lazio, durante i processi di Calciopoli voleva denunciare per falsa testimonianza, oggi è un importante membro del Csm. Infine, il magistrato direttore generale del ministero della Giustizia per i magistrati, e il pm, attuale capo di Gabinetto, sono stati per anni importanti giudici sportivi (come dire: “Mel mezzo del cammin di nostra vita - di giustizia… - mi ritrovai in una selva oscura”).Chi da anni vive e lavora nelle aule di giustizia ha ormai acquisito la consapevolezza che, soprattutto nell’ambito della giustizia penale, la discrezionalità dell’azione del magistrato è talmente vasta che a volte gli stessi elementi processuali possono essere sufficienti o insufficienti per un archiviazione o per una richiesta di rinvio a giudizio (in alcune indagini si può decidere anche quali elementi approfondire e quali trascurare). Inoltre, gli stessi elementi possono essere presi in considerazione per una condanna o trascurati per un’assoluzione (per cui la frase latina “tot capita, tot sententiae” è spesso tradotta ironicamente “tutto capita nelle sentenze”).Certamente, nei secoli, l’esercizio della giustizia ha costretto la società a tollerare errori e decisioni disuguali pur in presenza di fatti analoghi, prevalendo la necessità sociale di regole e leggi (dura lex, sed lex), ma l’apparenza dell’imparzialità e la terzietà dell’arbitro deve essere sempre salvaguardata. Ciò non appare nei procedimenti penali, civili e amministrativi contro il Coni e le Federazioni sportive, in cui un magistrato deve giudicare fatti e questioni riguardanti interessi e enti in cui hanno operato, a volte con funzioni determinanti per la vita sociale e sportiva dello Stato, gli alti vertici dei magistrati o il suo capo o numerosi colleghi.Quanto sopra emerge evidente, sin dalle indagini, nel processo “Gea” di appello, che si svolgerà domani dinanzi alla Corte di appello di Roma. A sostenere, in quel processo, la mancanza e comunque l’apparenza della mancanza dell’imparzialità e della terzietà della magistratura, è lo scrivente, difensore di Arcadio Spinozzi, allenatore di calcio professionista costituitosi parte civile. Ma la questione è stata sollevata anche ai fini della revoca delle autorizzazioni degli incarichi extragiudiziari sportivi proprio dal Csm ed era stata ritenuta fondata sin dal primo grado del procedimento Gea dall’ex capo procuratore generale presso la Corte di appello di Roma, Vecchione, che ha ipotizzato anche la ricusazione.Peraltro, nel caso della “Gea” accade che a rappresentare gli uffici della Procura e responsabili dei loro sostituti durante le indagini, vi sono stati – e vi sono – magistrati che, contemporaneamente, collaboravano nelle commissioni federali, alcune riguardanti proprio il caso Gea. Orbene, tutti i magistrati (poi revocati dal Csm) erano scelti e nominati, come già detto, proprio dal presidente Coni e dai presidenti delle Federazioni sportive, nel cui ambito si svolgevano le indagini. Dirigenti che, peraltro, hanno l’obbligo di vigilanza e quello di impedire gli eventi, come stabilito dalle leggi istitutive del Coni, e invece hanno lasciato che per anni si costituissero associazioni a delinquere senza mai essere chiamati a rispondere delle eventuali responsabilità.Nel caso dell’appello del processo relativo a Moggi e alla Gea di domani, poi, la questione è ancor più fondata ed evidente, anche con riguardo alla recente nomina del procuratore capo generale presso la Corte di appello di Roma. Infatti, quest’ultimo magistrato, già magistrato di Cassazione, è stato membro nella stessa commissione di giustizia sportiva insieme all’avvocato di Moggi. Non solo: il procuratore generale designato per l’appello, aveva già manifestato, prima dell’appello stesso del pm dell’udienza, Luca Palamara, la volontà di non impugnare la sentenza di condanna, convincendolo a riconoscere fondata l’istanza di astensione. Questo significa che le questioni riguardanti la giustizia e il calcio sono davvero gravi per l’immagine dello Stato di diritto e la terzietà della magistratura. Tutto ciò ha avuto la consacrazione nel recentissimo provvedimento del Gip presso il Tribunale di Roma, dr. Mattioli, il quale ha correttamente riconosciuto il concreto rischio della mancanza di immagine della terzietà della magistratura nei procedimenti contro il Coni e la Figc, come lo è quello a lui assegnato, e per tali motivi si è astenuto. Motivi riconosciuti validi anche dal presidente del Tribunale di Roma. Il Gip ha così affermato nel provvedimento: “Lo scrivente ha collaborato con la Figc dal 1986 al 2006, svolgendo la propria attività sia nell’ufficio indagini, sia presso organi giudicanti e, in pratica, ha conosciuto e conosce larga parte dei soggetti cui l’illecita attività denunciata, ove vera ed ove avente rilevanza penale, potrebbe essere attribuita, coltivando con alcuni rapporti di amicizia… Ferma restando, per chi scrive, l’ovvia irrilevanza dei personali rapporti di conoscenza con i soggetti appartenenti alla Figc e al Coni nella valutazione della richiesta del pm e dell’opposizione del querelante, non può trascurarsi che qualunque risposta potrebbe essere malevolmente commentata, dando all’esterno una immagine che, per quanto falsa, sarebbe incompatibile con la posizione di terzietà del giudice; e getterebbe discredito sull’amministrazione”. Per la cronaca, il capo dell’ufficio Gip, e molti suoi colleghi, sono stati nelle stessa situazione del Gip astenutosi; e il pm che aveva chiesto al suddetto Gip l’archiviazione del procedimento, pur essendo stato giudice sportivo per anni, non ha invece esercitato la facoltà di astensione. Il procedimento, poi, è stato archiviato da altro Gip, senza neppure continuare l’udienza già fissata e interrotta dal giudice astenutosi.Orbene, nei procedimenti contro il Coni e la Figc, stante gli interessi economici e sociali coinvolti, la questione del conflitto di interessi della magistratura è seria e di forte attualità (vedasi riforma della giustizia sulla magistratura già annunciata dal governo), tenuto anche conto che oggi la magistratura: a) ha (avuto) oltre 300 magistrati nelle commissioni di giustizia sportiva fino al 2006; b) ha numerosi magistrati in pensione i quali continuano ancora a collaborare per i suddetti enti sportivi; c) ha un pm, ex giudice della Lega nazionale dilettanti della Figc, capo del Gabinetto del ministro della Giustizia e un altro ex giudice sportivo come membro del Csm.D’altronde, la potente industria dello sport e del calcio è regolata (da sempre) da una giustizia i cui giudici sportivi sono nominati e scelti dal presidente del Coni e delle Federazioni sportive con la scusa dell’autonomia dello sport, che però, nel frattempo, è diventato un’industria dello spettacolo. Non ci si è fermati neppure con le stragi e le morti negli stadi, figuriamoci se un provvedimento di giustizia può far correre questo rischio, come nel caso del Catania, del Genoa e di Calciopoli. Insomma, accade che, nonostante negli anni siano emersi numerosi e gravissimi illeciti nell’ambito calcistico e sportivo, nessuno dei procedimenti penali riguardanti il calcio è terminato con una condanna passata in giudicato (quelli amministrativi e civili sono stati tutti rigettati), molti sono stati archiviati, altri sono caduti in prescrizione, come cadranno quelli di Napoli e il processo Gea. Appunto: “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”.

Fonte: 

avanti.it

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