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Ancelotti: «Cessione Pirlo forse questione di soldi»

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ROMA -
 «Non avrei mai ceduto Pirlo alla Juve», mentre nella sfida scudetto «vedo i bianconeri con grandissimo entusiasmo, anche se non li darei favoriti». Parola di Carlo Ancelotti che da ex tecnico di entrambe le squadre gioca in anticipo Milan-Juventus in programma sabato sera a San Siro. «Mi spiacerà non vederla - dice ai microfoni di Mediaset Premium - io sarò impegnato a Lione col Psg quella stessa sera». L'attuale allenatore del Paris Saint Germain ricorda la sua esperienza da allenatore delle due big del calcio italiano a cominciare da quella sulla panchina bianconera: «Degli anni juventini ricordo tante cose: a cominciare da Zidane, in assoluto il giocatore più forte che io abbia mai allenato. Il rammarico, se così posso dire, è che raramente, in partita, Zidane riusciva a fare le cose mostruose mostrate in allenamento». E poi su Alessandro Del Piero, Ancelotti aggiunge: «Ale non mi deve niente. Da me ha avuto quello che era giusto avesse, vista la sua grande e unica professionalità. Su Henry, invece, ho preso una cantonata: lo consideravo un giocatore di fascia, non mi sono accorto che era invece un fortissimo centravanti». E su Luciano Moggi e Antonio Giraudo, che dopo due anni senza scudetti lo sollevarono dall'incarico: «Non ho alcun rancore. Anzi, Moggi mi prese bloccandomi mentre stavo andando in Turchia ad allenare il Fenerbahce. Alla Juve ho imparato quanto importante sia la sintonia tra allenatore e dirigenti. L'accantonamento finale? Mettiamola così: quando si chiude una porta, a volta si apre un portone. E a me è successo: col Milan».


LA FORTUNA - Dell'esperienza in rossonero Ancelotti comincia dalla sorte: «Anche lì il caso ci mise lo zampino. Dovevo andare a Parma per firmare, ma una telefonata mi bloccò: mi dissero che il cavalier Tanzi era impegnato. Aspetto, mi metto in macchina ed entro in autostrada quando mi chiama Galliani e mi dice: vieni a Milano, ti do la panchina del Milan». Per Ancelotti si aprono 8 stagioni dense di grandi soddisfazioni: «La cosa di cui più mi vanto - continua l'attuale tecnico del Psg - è stata l'invenzione del modulo ad albero di Natale: avevo tantissimi centrocampisti dai piedi buoni e fu la chiave per farli giocare tutti insieme dando alla squadra un equilibrio unico. Il giorno più importante fu la finale di Champions vinta a Manchester contro la Juve: mi permise di togliermi l'etichetta di allenatore perdente che i due anni alla Juventus mi avevano appiccicato addosso». Dopo la Champions arriva Ricardo Kakà e Ancelotti ricorda: «Sul suo conto mi ero sbagliato. L'avevo paragonato a Toninho Cerezo e lui continuò a prendermi in giro a lungo, per quel paragone errato. Altro che Cerezo: Kakà era un fenomeno e, a differenza di Zidane, quello che mostrava in allenamento faceva anche in partita. Fu una fortuna averlo».


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