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Parlano Lippi e Prandelli: «Ieri, oggi e domani...»

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ROMA -Lippi e Prandelli, questi ultimi venti anni di calcio, per entrambi partono da Bergamo, Atalanta 1992/93, rispettivamente tecnico della Prima squadra e della Primavera. Sotto con i ricordi incrociati.


Lippi: «Cesare me lo ricordo entusiasta. E io, che guidavo la prima squadra, cominciai a portare con me alcuni dei suoi ragazzi. Uno era Tacchinardi, che feci esordire a 17 anni. Poi il povero Pisani, e Morfeo».


Prandelli: «Ma tu facesti esordire Tacchinardi: Chicco Pisani e Morfeo solo in amichevole».


Lippi: «Già, insomma, penso di poter dire che tra noi c'era un bel rapporto. Avevo 44 anni, ho anche le foto di quel Lippi e di quel Prandelli lì...».


E Prandelli come ricorda, appunto, quel Lippi?


Prandelli :
«La nostra era una dimensione “fatta” in casa. L'arrivo di Lippi è stato quello di una figura di riferimento. Non so come dire: è arrivato il professionista».


In quegli stessi anni, Sacchi arrivava alla guida della Nazionale. Segno di una rivoluzione?


Lippi :
«Io non penso che Sacchi abbia cambiato il calcio. Io credo che abbia cambiato la filosofia del lavoro sul campo. Per giocare il suo calcio bisognava allenarsi in modo intenso, per raggiungere i suoi automatismi. Dicendo questo non sminuisco il suo valore. In fondo ha cambiato anche la mia visione delle cose. Perché gli allenatori sanno cambiare».


Un esempio?


Lippi : «Quando nel 1994 sono andato alla Juve ero stato preceduto da Trapattoni, un altro grandissimo allenatore. Quella Juve non vinceva da tanti anni. Io ho portato qualcosa di nuovo, che prevedeva di andare a conquistare la palla qualche metro più avanti, anche in virtù delle caratteristiche dei miei attaccanti, Vialli e Ravanelli, forti fisicamente ma non velocissimi. Inutile dunque avere spazi larghi. Meglio il pressing alto, e poi accorciare coi centrocampisti e con la difesa per mantenere certi equilibri. Da qui viene l’idea che devi fare ogni tanto il fuorigioco, non sistematico. Vai a convincere quei giocatori...».


Prandelli:
«Sono d’accordo nel dire che Arrigo è stato un innovatore nella programmazione del lavoro settimanale. Certe metodologie erano nuove. Il problema è che, a livello di settori giovanili, ci sono stati tecnici che hanno scopiazzato Arrigo facendo dei disastri, diciamolo pure in modo chiaro. Un innovatore è stato anche Marcello, proprio alla Juve. Mi è piaciuta la sua spiegazione sul fuorigioco, non come tattica sistematica ma come conseguenza logica di una pressione».


Lippi: «Il mio manifesto è il mio primo Juve-Milan, il Milan di Gullit-Van Basten, di questa gente qua. Vincemmo con un gol di Baggio, di testa, cross di Di Livio in mezzo ai tre lunghi. E il Milan finì undici volte in fuorigioco, come gridavano i miei nello spogliatoio!».


In quegli stessi anni è arrivato in alto il Foggia di Zeman. Quale segno ha lasciato il calcio di Zdenek?


Lippi: «Le squadre di Zeman hanno fatto vedere un bel calcio offensivo, che tutti gli hanno riconosciuto. Certi movimenti, i tagli, le situazioni d’attacco che lui riesce a ricreare dove allena, e in poco tempo, sono altamente spettacolari, a discapito dell’equilibrio complessivo però. Ma vincere campionati, battere il Real 5-0, alzare le coppe, sono queste Prandelli: E il mio dipende dai risultatile cose che lasciano il segno».


Quali squadre hanno giocato un bel calcio in questi anni?


Lippi: «Quante ce ne sono state... L'Udinese, per esempio. Sono anni che gioca un bel calcio. Lo ha fatto con Spalletti, con Zaccheroni, con Guidolin, è la filosofia di gioco della società che ben si sposa con le ambizioni degli allenatori. E la Fiorentina di Cesare ha giocato un bel calcio, che lasciava prevedere delle evoluzioni future positive, intuire una dimensione di crescita»


Prandelli: «Qualcosina la mia Fiorentina ha fatto vedere... Ma, a parte questo, per me il miglior calcio degli ultimi dieci anni è stato quello della Roma di Spalletti. Palla a terra, pochi riferimenti davanti, Totti tra le linee, gli esterni che andavano: è un modo di giocare che apprezzo»


Alberto Polverosi
Andrea Santoni


Leggi l'intervista completa nell'edizione odierna del Corriere dello Sport-Stadio



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