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Addio a Socrates, il 'dottore' di Firenze

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FIRENZE - Nessun altro giocatore, rimanendo un solo anno, è rimasto per sempre. Socratres c’è riuscito, è rimasto scolpito nella mente dei fiorentini. Non per i gol, non per le prodezze in campo, semmai per quelle fuori. Era capitato in un anno sbagliato e in una Fiorentina sbagliata: quella stagione (84-85), l’ultima di Giancarlo De Sisti sulla panchina viola dove venne sostituito da Ferruccio Valcareggi, era iniziata male con la terribile sconfitta di Bruxelles (con eliminazione) contro l’Anderlecht in Coppa Uefa: 6-2 per i belgi, Socrates segnò su rigore.
Anche il suo acquisto era stato uno sbaglio, o meglio, la correzione in corsa di un’idea che avrebbe dovuto portare a Firenze Karl Heinz Rummenigge. Invece il tedesco andò all’Inter e al suo posto, per non perdere l’effetto mediatico, la Fiorentina scelse il brasiliano. Che a quei tempi era comunque uno dei primi 10 giocatori al mondo. Aveva una qualità tecnica incredibile, in campo camminava (da qui il soprannome tutto fiorentino di “dottor traccheggia”), ma la mente correva più rapida di tutte le altre: sapeva un attimo prima cosa avrebbe fatto un attimo dopo. La gente aspettava i suoi famosi colpi di tacco, ma dovette accontentarsi di due o tre momenti di vero splendore. Vent’anni dopo, Pelè lo ha inserito fra i migliori 100 giocatori di tutti i tempi.
Arrivò dal Corinthians (dove era stato uno dei fondatori della democraziona corinthiana) durante il ritiro di Pinzolo e alla prima corsa fra i boschi se ne persero le tracce: era svenuto. Cominciò a giocare fra Pecci e Passarella, gente che non si piegava e non si capiva. Arrivava da un calcio lontanissimo dalla Serie A, ma era soprattutto il suo modo di pensarlo che non si legava al calcio italiano. Segnò 6 gol in 25 partite e a fine stagione già si parlava della sua cessione. Nell’agosto dell’‘85 tornò in Italia, andò in ritiro a Serramazzoni, conobbe Aldo Agroppi, ma non si allenò nemmeno una volta. Iniziò subito la trattativa per il suo ritorno in Brasile. Non furono giorni belli per il dottore che andò a vedere una partita dei viola in Coppa Italia a Viareggio contro il Monza e per poco, suo malgrado, non fece scoppiare un’insurrezione dei tifosi che non lo volevano più: si diceva, in quei giorni, che il suo rifiuto di andarsene bloccava la trattativa di acquisto di Falcao, mai arrivato a Firenze. Un mese dopo, lasciò la Fiorentina per il Flamengo. Ma che fosse davvero un grande giocatore lo dimostrò nel Mondiale messicano dell’‘86: fu uno dei migliori del Brasile, aumentando i rimpianti di chi non lo aveva capito. Dopo il Mondiale, la lunga eclisse con l’estremo tentativo di tornare in campo con i dilettanti inglesi di Garfoprth Town: aveva 50 anni e giocò solo una partita. O meglio, come diceva lui, scese in campo una sola volta.
Era un personaggio fantastico. Parlava alla gente di politica, un giocatore di sinistra che non lo nascondeva. Partecipava a dibattiti, un giorno accettò l’invito di una casa del popolo, quella delle Vie Nuove di Firenze, il tema era il calcio e la politica. Finì fra gli applausi, più di quanti ne prendeva in campo. Conosceva pub e ristoranti, beveva birra a quantità industriali, fumava come una ciminiera, raramente andava a letto prima dell’alba. Non era bello, aveva la faccia butterata, eppure non sono poche le fiorentine, cinquantenni di oggi, che potrebbero raccontare chissà cosa del dottore. E’ rimasto poco su questa terra, ma in quel poco lui c’è sempre stato.

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