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Il mondo laziale piange Maurizio Maestrelli

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ROMA - Maurizio Maestrelli, uno dei gemelli di tutti i laziali, figlio di Tommaso e fratello di Massimo, è morto ieri pomeriggio a 48 anni. Era malato da quasi due, il solito e maledetto tumore che aveva già portato via il papà nel 1976 e la sorella Patrizia nel 1999: aveva lottato con tutte le sue forze, lucido e coraggioso, ma quando sembrava aver vinto la partita più importante della sua vita, il nuovo attacco, impietoso e imbattibile.
Monia Materazzi, sua moglie, i figli Andrea e Alessio - piccoli ma già forti come due querce - e Massimo sempre accanto a dargli l’energia per resistere, con gli amici e tutto il mondo biancoceleste che stava tornando indietro nel tempo, il tempo in cui se ne andò Tommaso Maestrelli. Maurizio ha lottato con loro e per loro fino al momento dell’addio: non li voleva abbandonare perché sapeva che avrebbe dato a tutti un altro dolore straziante, quasi imbattibile anche lui. Un terribile destino per una famiglia che ha dato e continua a dare soltanto amore, mai rancore. La mamma Lina, dilaniata da queste morti ma sempre pronta a lottare, la sorella Tiziana, Massimo, la stessa Monia (figlia di Beppe Materazzi e sorella di Marco e Matteo), già lacerata dalla perdita della mamma quando ancora era un’adolescente: è difficile trovare gente così forte, sempre pronta a regalarti qualcosa sotto il profilo umano. Come oggi, che Maurizio non c’è più: sono loro che trovano le parole giuste per confortare chi sta piangendo una morte senza senso, se mai una morte può avere un senso.
Maurizio e Massimo erano cresciuti con Tommaso Maestrelli e la Lazio dello scudetto. Erano diventati le mascotte di una squadra bella e maledetta: avevano undici anni quando il 12 maggio del 1974 il loro papà scrisse la pagina più bella della storia biancoceleste. Loro erano nati il 19 maggio del 1963: potevano avere un regalo di compleanno più bello? Stavano tutti i giorni sul campo di Tor di Quinto, intitolato adesso a Tommaso, accanto a Chinaglia, a Martini, a Re Cecconi, a Oddi, Pulici e D’Amico. E stavano all’Olimpico, negli spogliatoi, ovunque fosse il padre, che dal presidente Lenzini rischiò addirittura di essere licenziato: quei due marmocchi erano troppo invadenti, disse un giorno il patron Umberto. Un attimo, durò quello scontro: la Lazio dello scudetto non sarebbe esistita senza i Maestrelli, tutti i Maestrelli, quindi anche quei due marmocchi invadenti.
Maurizio, con Massimo, era rientrato nel mondo del calcio come procuratore: credeva - uno dei pochi a quell’epoca - in Marco Materazzi, il fratello di Monia, con cui si sarebbe sposato e con cui avrebbe fatto altri due Maestrelli, Andrea e Alessio. Insieme mandarono il contratto di Marco, giovanissimo, a Marsala con l’autista di un pullman fermato al volo, altrimenti sarebbe saltato l’affare e forse Marco non avrebbe più giocato a pallone. Ma poi i due gemelli uscirono piano piano da un mondo in cui non si riconoscevano: leali, delicati e puliti come il padre Tommaso, ritenevano di non avere le caratteristiche per vivere in un mondo così difficile e spietato. Maurizio, con Massimo e Monia, aprì un’altra attività, quella di broker assicurativo: a 48 anni se n’è andato per sempre chiedendo di donare all’Airc (l’associazione per la ricerca sul cancro) o alla Onlus Irene i soldi dei fiori per il suo funerale. Anche all’ultimo minuto ha pensato solo agli altri.


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