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Avellino, doppio salto e adesso si sogna la A

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AVELLINO – E’ rimasto solo il nome perché questo Avellino è tutt’altra storia da quella del glorioso club fondato nel 1912 e scomparso in modo misero – nel senso di essere ormai squattrinato – nell’estate di due anni fa, quando l’allora patron Massimo Pugliese non riuscì ad iscrivere la squadra in Prima Divisione dopo la mortificante retrocessione dalla B. Uno schiaffo alla tifoseria che aveva sperato fino all’ultimo in un epilogo diverso, ma anche una sorta di dispetto nei confronti di quanti avevano sempre contestato, nonostante un paio di promozioni in B, con l’immancabile striscione esposto in curva sud “Pugliese vattene”. Adesso la tifoseria è divisa: c’è chi ha modellato la fede calcistica sulla nuova società, sorta sulle ceneri di quella fallita, e chi diserta lo stadio sostenendo che di Avellino ce n’era uno solo, quello scomparso a due dal centenario e che questa è un’altra storia, senza considerare che di traversie societarie, fallimenti e nuove denominazioni, ormai, se ne contano a decina e anche in piazze più importanti di quella irpina.


ACROBATI – C’è di fatto che in due anni l’Avellino è tornato laddove si trovava il giorni del fallimento. E’ cambiata solo la denominazione, una impercettibile modifica – A.S. e non più U.S. prima di Avellino 1912 – ed ecco una società sana, senza debiti, con una situazione finanziaria che ha consentito di registrare un doppio salto di categoria, dalla serie D alla Prima Divisione in due anni, investimenti importanti e programmi mai sbandierati, lavorando con passione e con il peso della pressione che comunque si avverte in una città, una provincia, in cui si vive ancora nel ricordo dell’Avellino di serie A, quello di Juary e Barbadillo, di Vignola e di Tacconi, ma anche di Schachner e Diaz e tanti altri illustri calciatori di uno struggente passato racchiuso negli archivi. Sognare costa nulla e per questo c’è chi comincia a fare progetti a lunga gittata, mettendo in preventivo altri salti in avanti, del resto la serie A è sopra di due piani.


CONSOLIDAMENTO – Per adesso occorre consolidare la posizione da parte di una società che ha vinto i campionati coi bilanci a posto e che vorrebbe ottenere soddisfazioni pure sul campo. L’attuale campionato prevede il raggiungimento di una salvezza senza sofferenze con una squadra composta da giovani elementi da valorizzare sotto la guida di Giovanni Bucaro che ha preso il posto dell’esonerato Vullo pochi giorni prima dell’avvio del campionato, sposando in pieno il progetto dell’Avellino, lui che con i giovani ha lavorato alla Primavera della Juventus e in precedenza a Manfredonia in Seconda Divisione e Pomigliano in serie D. Un allenatore abituato a trarre il meglio da giovani pronti tecnicamente, da smaliziare in un 4-3-3 che potrà dare soddisfazioni attraverso un gruppo di ragazzi (affiancati da 5-5 elementi esperti) da far maturare insegnando loro concetti di un calcio sano e corretto, senza trucchi né inganni. E il lavoro che sta facendo Bucaro, costretto a recuperare terreno perduto dal punto di vista atletico ma pronto ad assumersi responsabilità e anche colpe, mettendoci la faccia, senza la solita ricerca di alibi furbi come si è visto troppo spesso da queste parti. Perché – piaccia o meno – questo è veramente un altro Avellino.


JUARY - E’ probabilmente l’unico brasiliano a preferire le verdi montagne dell’Irpinia alle spiagge di Rio de Janeiro. Jorge Juary è stato il personaggio degli anni ’80; personaggio perché prima di essere calciatore era un simbolo della città campana. Oggi è un apprezzato commentatore tv. Arrivò in Italia su consiglio di Luis Vinicio, allenatore brasiliano, che lo propose all’allora presidente, Antonio Sibilia. Juary viene ricordato come l’uomo della bandierina, un giro e una danza ad ogni gol.
Di Juary


“Avellino, una volta era la mia seconda casa, adesso, è la prima. E’ una città che ho nel cuore, perché ci sono attimi della vita che ti restano per sempre. Come quel maledetto 23 novembre del 1980, quando l’Irpinia crollò; devastata dal terremoto più distruttivo della storia d’Italia. Lo ricordo come fosse ieri. Avevo segnato all’Ascoli, il Partenio era pieno e la gente mi faceva mille feste. Tornai a casa, ma poi venne giù tutto. Quelle immagini, con le persone in strada e i palazzi che crollavano, non si cancellano. Non si possono cancellare. Quella notte, ricordo di aver dormito con il mio allenatore e le nostre mogli, in una macchina nel parcheggio dello stadio.
Prendetemi per pazzo, ma preferisco sempre Avellino a tutto il resto d’Europa. Oggi non vivo più in Campania, da circa un anno e mezzo, ho portato la famiglia a Sestri Levante, dove alleno la squadra locale. Avellino è, però, sempre nel mio cuore e seguo la squadra a distanza.
In Irpinia, ho trascorso tanti anni della mia vita ed ho aperto anche una scuola-calcio. Racconto sempre la mia storia, e ricordo che alla prima partita ufficiale in casa, nascosi delle caramelle dietro la porta sotto la Curva Sud. Segnai appena entrai. Da allora, ogni volta che entravamo in campo per verificare le condizioni dell’erba, nascondevo quelle caramelle in porta.
Ho allenato, in questi anni, anche la Berretti del Napoli, chiamato da un avellinese doc, Pierpaolo Marino.
Il mio viaggio Brasile-Italia non ha mai previsto un biglietto di ritorno anche se ho dei parenti in Sudamerica. Ho ancora un sogno da coronare, al momento è chiuso dentro un cassetto. Lo dico a bassa voce: allenare l’Avellino”.

Ufficio Stampa Lega Pro


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