Rispondi al commento

user warning: Table 'c109agcalcio.d6_wysiwyg' doesn't exist query: SELECT * FROM d6_wysiwyg in /var/www/sites/all/modules/wysiwyg/wysiwyg.module on line 538.

In Italia si assiste alla fuga dei talenti

in

ROMA, 29 luglio - Lo hanno capito a ventidue anni, pri­ma Alexis Sanchez e dopo Javier Pastore. Qui non c’è futuro. O meglio non c’è il futuro che cercano: gloria, opportunità professionali, carriera sportiva di altissimo livello. Da tempo noi ce ne stavamo accorgendo, ma ci sono fatti simbolici che possiedono la forza della sintesi. L’Italia, si diceva fino a qualche anno fa, non attrae più i campioni: o meglio riesce a catturar­li giovanissimi, ma non ce la fa a in­gaggiarli quando sono nel pieno della maturazione. Semmai li riprende da riciclati, anni dopo. Ora la musica è cambiata. In peggio: quando i giovani talenti diventano campioni, scappano. Quello che era il campionato più gla­mour del pianeta è diventato un posto dove, al massimo, ci si può fa­re le ossa. Perché è successo tutto questo? Vanno dette molte cose. For­se troppe. Ma forse è il tempo di dirle.


L’Italia è un paese in crisi non solo nel calcio. Que­sto lo sappiamo. Da noi i gio­vani per cercare identità e va­lorizzazione professionale vanno all’estero. Perché non dovrebbero farlo i calciatori? A pensarci bene il fenomeno della fuga dei cervelli è co­minciato dagli allenatori: Ca­pello, Ancelotti, Spalletti, Tra­pattoni, Mancini... E se tradi­scono loro, i capi progetto, consapevoli che da noi non si riesce a fare quello che hanno in mente (e che si faceva pri­ma e che si può fare altrove), perché dovrebbero restare i giovani? E i capitali? Guardate cosa succede all’estero: arabi, rus­si, indiani, cinesi investono nel calcio. E investono tanti e tanti soldi. E investono in In­ghilterra, in Francia, in Spa­gna. Ma non in Italia: se si esclude qualche fatto episodi­co e farragginoso questo feno­meno da noi è irrilevante. Per­ché? L’Italia calcistica da anni è attraversata da scandali sui quali non viene mai detta la parola fine: scommesse, cal­ciopoli, fallimentopoli, ancora scommesse, ancora calciopoli. In un mondo interconnesso questi fatti creano un deposi­to nella coscienza globale. E questa coscienza diventa poi individuale, dei tifosi, dei sin­goli calciatori, degli allenato­ri, degli imprenditori. E non si dica che altrove gli scandali nel calcio accadono allo stesso modo. Perché non è vero.


Al­trove non c’è una frequenza così numerosa e una gamma di illeciti così ampia. In più ogni scandalo ha strascichi e divisioni che minano l’affida­bilità delle istituzioni. Se Aurelio De Laurentiis usa l’espressione «siete tutti delle merde» riferita all’intero mondo del pallone, non può trattarsi solo di un’inspiegabi­le mancanza di rispetto istitu­zionale. E’ quel sentire comu­ne che affiora quando i nervi collassano e che colpisce un’autorità calcistica priva di autorevolezza e formata, no­nostante quello che è accadu­to, da una classe dirigente ina­movibile. Quando si discute di riforme lo si fa pensando ai vantaggi da ricavare e allu­dendo al peggio per battere le tesi degli oppositori. E’ questa l’idea che affiora del nostro calcio e che arriva ovunque: fra i protagonisti, fra i tifosi, fra gli investitori.


E hai voglia a dire che in Spagna hanno una fiscalità diversa che con­sente di far arrivare il campio­ne di turno. Non è più vero. E se comunque fosse vero per Barcellona e per Sanchez non lo sarebbe per il «parigino» Pastore. Si guarda il dito e si ignora la luna. Mentre il governo del calcio dovrebbe incoraggiare una svolta radicale. Studiare in accordo con le varie com­ponenti produttive una politi­ca economica, fondata sullo sviluppo dei settori giovanili (lo fa il Barcellona che poi compra Sanchez, perché noi no?). Eliminando regole as­surde: il governo del calcio do­vrebbe consentire ai giovani stranieri nati in Italia di poter essere tesserati come italiani, anziché obbligarli, per farli giocare nei nostri campionati, a esibire un transfer dal paese d’origine dei genitori. Il go­verno del calcio dovrebbe in­coraggiare lo sviluppo della formazione di capitali territo­riali (dialogando con le ammi­nistrazioni, gli imprenditori, le risorse collettive), e non ab­bandonarsi al “laissez faire” indiscriminato per recupera­re alla bell’e meglio i soldi ne­cessari alla sopravvivenza.


E così i temi degli stadi (concepiti finora solo in una logica di scambio: investo nel club ma fatemi fare la specu­lazione), e delle risorse avreb­bero un contrappeso nelle co­munità, i cui imprenditori sa­rebbero incoraggiati (e garan­titi) a investire nel calcio. An­drebbero assicurate serietà, certezza del diritto sportivo, lotta agli scandali e alla vio­lenza (senza inibire la parteci­pazione). Altrove funziona (per quanto la crisi lo consen­ta). Il calcio andrebbe pensato come bene comune, come l’ar­te, come la musica, come la cultura. Non un affare nella disponibilità degli stessi pochi protagonisti di sempre. Solo così, i Sanchez e i Pastore po­trebbero ripopolare la nostra serie A.


Bruno Bartolozzi


Vuoi commentare o votare questo articolo? Registrati subito!

Rispondi

  • Indirizzi web o e-mail vengono trasformati in link automaticamente
  • Elementi HTML permessi: <a> <em> <strong> <cite> <code> <ul> <ol> <li> <dl> <dt> <dd> <b> <br>
  • Linee e paragrafi vanno a capo automaticamente.

Maggiori informazioni sulle opzioni di formattazione.

Copyright © 2008/2009 Kines S.r.l. - C.F. e P.IVA: 02970240160