Roma in vendita: ecco tutte le proposte

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ROMA, 5 novembre - La procedura di vendita va avanti. Tra dubbi, se, ma, notizie più o meno vere, notizie più o meno false. Ma va, stavolta condita da un riserbo totale al punto da diffidare ancora più del consentito di tutto quello che si riesce a sapere. Ieri, tanto per dirne una, a metà pomeriggio, fonti Unicredit avevano fatto sapere che ci sarebbe stato un comunicato di Italpetroli per fare il punto sulla situazione. Si è atteso invano. Nuova richiesta, un giro di telefonate, la risposta che il comunicato non ci sarebbe più stato. Roba da non crederci se non l’avessimo sentita con le nostre orecchie. E’ una procedura di vendita che doveva essere trasparente, al momento francamente ci sembra difficile individuare tutta questa trasparenza che finora è stata nelle parole ma non nei fatti, visto che la scadenza della mezzanotte del 3 novembre, potrebbe pure non essere stata una scadenza irreversibile. In ogni caso, a quanto ci risulta, ieri c’è stato il primo contatto tra Unicredit e l’advisor Rothschild per fare un primo punto sulle offerte arrivate. Ci saranno nuovi incontri, in qualche caso allargati anche alla famiglia Sensi che vuole seguire in prima persona le vicende della vendita. Serviranno una quindicina di giorni, poi le parti in causa decideranno a chi dare nuova fiducia e semaforo verde per continuare a essere protagonista nella procedura di vendita. Ci piacerebbe, peraltro, che nei confronti dei tifosi romanisti, cioè quelli che fin qui hanno autofinanziato la Roma, ci fosse davvero una maggiore trasparenza. Ma ci rendiamo conto che forse è chiedere troppo.


ITALIANI - C’ è chi dice c’è un solo italiano, chi al contrario garantisce ce ne sono due, aggiungendo pure un almeno che francamente ci fa cadere le braccia per terra. Di sicuro, per ora, c’è un solo nome, quello di Giampaolo Angelucci che sicuramente ha presentato la sua offerta. Non è certo una novità, l’imprenditore da tempo ha fatto capire in maniera molto chiara di essere interessato alla società giallorossa, «ho il fascicolo Roma sulla scrivania, lo leggerò e studierò in maniera approfondita» . Lo ha letto, lo ha studiato e poi ha presentato la sua offerta che sarebbe intorno ai 140 milioni di euro. L’imprenditore è andato comunque avanti presentando la sua offerta. Sull’altro italiano, invece, almeno a noi non risultano cer­tezze di alcun tipo. La versione più accreditata è quella di una possibile cordata composta da più imprenditori, cosa che nelle stanze delle banche, tutto è meno che vista di buon occhio.


GLI ARABI - Sarebbero due le offerte arrivate dal Medio Oriente. Due fondi, Aabar e Mubadala, entrambi di notevole solidità e liquidità. Chi nutre dei dubbi su questi due nomi, dice chiaro e tondo che i fondi, in qualsiasi parte del mondo, in operazioni di questo genere entrano con quote di minoranza, non puntando mai a tutta la torta. E’ vero. Come è vero che Aabar, per esempio, è azionista di Unicredit con una quota che sfiora il cinque per cento. E il ragionamento successivo è questo: chi meglio di Aabar per fare da sponda, intendentelo tipo un amico seduto allo stesso vostro tavolo di poker, per costringere la concorrenza ad alzare l’offerta? Ci può stare pure questo ragionamento. Anche se c’è anche chi garantisce che l’offerta presentata dal fondo arabo sia di quelle che spariglierebbero completamente la partita, un investimento tutto compreso intorno ai 500 milioni di euro. Se fosse così, la partita sarebbe chiusa perché tutti gli altri si alzarebbero dal tavolo e farebbero i complimenti ad Aabar.


GLI AMERICANI - Da quello che è filtrato negli ultimi giorni a proposito delle offerte per la Roma, molte fonti concordano nel dire che sono almeno due gli americani che hanno fatto la mossa di presentare un’offerta. Del primo siamo certi (c’è anche uno studio legale della Capitale che sta lavorando a questa operazione). Non è sicuramente un fondo, ma si tratterebbe di due- tre imprenditori convinti che l’investimento Roma s’ha da fare perché ci sono tutti i presupposti si trasformi in un affare (stadio, marchio, Dmerchandising). Pare anche, ma su questo consentiteci il beneficio d’inventario, che questi americani sarebbero in ottimi rapporti, anche d’affari, con la New England Sport Ventures, cioè la società a stelle e strisce, presidente John W. Henry, proprietaria anche dei Boston Red Sox e che ha appena acquistato il Liverpool. L’altro americano potrebbe essere Fisher, proprietario dei marchi Gap e Banana Republic, a cui sicuramente è stato spedito l’info-memorandum, anche se non ci sono certezze su una sua risposta.


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