Roma, Osvaldo-Lamela: punizione giusta, ma...

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ROMA - La storia del calcio è ricchissima di risse da spogliatoio, non sempre con effetti nefasti per i risultati della società. Si racconta di squadre spaccate in clan, di calciatori divisi in fazioni contrapposte che in settimana se le davano di santa ragione e la domenica volavano assieme verso lo scudetto. Storie che talora assumono i contorni della leggenda: chissà cos’è vero e cosa si è ingigantito passando di bocca in bocca. Che si possa vincere anche se lo spogliatoio si trasforma in un saloon forse è vero, così come si possono trarre benefici da un gruppo - diciamo così - vivace.


Noi restiamo convinti che l’armonia e la compattezza abbiano effetti migliori sui risultati e che spesso, anzi, favoriscano i successi. Di sicuro il rispetto reciproco è una componente indispensabile in qualsiasi ambiente, in qualsiasi mondo, e ogni forma di violenza va censurata. Perciò, oggi, non possiamo che condividere la decisione della Roma, ispirata da Luis Enrique: Osvaldo punito e messo fuori rosa è un percorso quasi naturale, diremmo inevitabile, a fronte del comportamento dell’italo-argentino nei confronti di Lamela a Udine. E sia chiaro che non siamo qui a fare gli ingenui, i chierichetti: le mura di uno spogliatoio possono vibrare, ma quando si passa il segno è giusto che chi sbaglia paghi. Né è sufficiente che Osvaldo abbia chiesto scusa e Lamela abbia accettato la mano tesa del connazionale. E’ positivo che uno si sia reso conto di avere sbagliato e l’altro lo abbia perdonato, ma l’errore - un errore enorme - rimane.


L’opportunità della decisione non nasconde però gli scricchiolii che accompagnano il cammino della Roma. Rumori sinistri che nascono in società e da lì si diffondono in modo trasversale allo staff tecnico, arrivando fino alla squadra. Non è normale che Baldini, il dirigente più importante, sia ancora senza contratto; non è normale che un club nuovo e innovatore (almeno così viene definito spesso da chi lo guida) sia già in ritardo, benché non clamoroso, nel pagamento degli stipendi; non è normale che De Rossi, il patrimonio tecnico-finanziario di maggior rilievo, tra due mesi possa firmare per un altro club senza che la società giallorossa incassi un euro. E non è nemmeno normale che, pochi minuti dopo Udinese-Roma, il direttore sportivo Sabatini dia un’interpretazione alla partita diametralmente opposta rispetto al suo allenatore. Il tutto in diretta televisiva, è ovvio. L’immagine trasmessa dal mondo giallorosso non è, come dice Baldini, quella di un club «nel quale c’è un confronto sempre aperto», ma di una banda senza una linea di condotta precisa e comune. Che ci sia una divergenza di opinioni è naturale e può essere proficuo, che questo stridente contrasto venga reso pubblico in modo così goffo è certamente dannoso (agli stessi protagonisti era già successo di contraddirsi in occasione della lite tra l’allenatore e Heinze, confermata da uno e negata dall’altro). A chi devono credere i tifosi e gli stessi calciatori: a Sabatini o a Luis Enrique? Se non si è d’accordo - ed è, come detto, naturale che succeda - si smussano gli angoli, si individua una linea comune e poi la si porta avanti compatti.


Non ci vengono in mente grandi società che abbiano trasferito in tv i propri contrasti interni, se non nei momenti della resa dei conti. E ci rifiutiamo di pensare che la nuova Roma, quella che non guarda ai risultati ma pensa solo a coltivare un progetto ambizioso, sia arrivata alla resa dei conti solo perché ha perso una partita con l’Udinese. A meno che questi troppi scricchiolii, questi rumori sinistri, non nascondano un malessere più profondo.


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