De Laurentiis: «Napoli, vinco e cambio il calcio»

in

NAPOLI - La serata sarà fantastica, la speranza è che la squadra la renda anche indimenticabile. Ventuno anni dopo il Napoli e il San Paolo tor­nano nella più grande coppa europea, la Cham­pions (all’epoca si chiamava ancora Coppa dei Campioni) ospitando il Villarreal. Punto finale di una marcia breve e travolgente: una società «nata dalle macerie» che in sette anni ha rin­verdito i fasti di un’epoca segnata da Marado­na. Walter Mazzarri in panchina, Cavani, La­vezzi e Hamsik in campo. Ma sarà soprattutto il «trionfo» di Aurelio De Laurentiis, l’uomo che da quelle macerie ha estratto il corpo stra­ordinariamente vitale di una squadra amata da un Popolo. Più che una data da ricordare, una data da replicare perché De Laurentiis come i latini sembra ripetere «hic manebimus opti­me»: questo è il calcio migliore e qui, tra i mi­gliori, dobbiamo restare. E così come c’è volu­to coraggio a ricostruire dal nulla, così ci vo­gliono idee, proposte, lucidità per andare avan­ti. Alla vigilia di un giorno comunque felice perché rappresenta il sigillo di una rinascita, lo abbiamo incontrato nella redazione del nostro gionale. Una chiacchierata lunga fra passato e presente ma soprattutto con un occhio sul fu­turo: il calcio italiano ed europeo, mondi affa­scinanti ma spesso ripiegati nella contempla­zione del passato mentre al contrario tecnolo­gie e mercati chiedono sperimentazione, inno­vazione. Insomma, coraggio. E dinamismo.


VOGLIA D'EUROPA - «A marzo vorrei essere ancora in corsa per la Champions. Noi dietro a inglesi e spagnoli? Sì, ci servono regole nuove» Presidente, dovendo scegliere, a marzo vor­rebbe essere in corsa in campionato o in Champions? «In Champions». Nel giro di pochi anni, lei ha riportato il Napoli nella coppa europea più importante. Una sua vit­toria? «No, non è una vittoria. Purtroppo all’estero quando si parla di Napoli spesso non si pensa co­me a qualcosa di bello dell’Italia e dell’italianità. Era doveroso nei confronti della città lavorare, farla conoscere attraverso qualcosa che funziona, cioè il calcio. Aver rilanciato il protagonismo cal­cistico in poco tempo ci consente di far accende­re i fari su una parte del Paese che merita atten­zione». Avete bruciato le tappe... «Ci abbiamo messo il tempo giusto. Quattro anni fa abbiamo assaporato il clima europeo con l’In­tertoto. Poi, l’anno scorso, abbiamo fatto l’Euro­pa League. In realtà la differenza io l’ho notata in maniera indiretta cioè attraverso l’attenzione dei media che hanno esaltato l’impresa del nostro ap­prodo al palcoscenico più importante, cioè la Champions. E questo conferma quel che ho sem­pre detto a Platini». Cioè? «Ho sempre criticato il fatto che la terza classifi­cata nel girone di Champions venga recuperata in Europa League: in questa maniera i rapporti di forza vengono alterati. Poi capita che nella Super­coppa Europea prevalga la squadra che ha vinto l’Europa League, come è accaduto all’Inter con­tro l’Atletico Madrid. Non ha senso svilire in que­sto modo la credibilità della formazione che ha vinto il trofeo più importante. Così come sono convinto che sia un autogol gioire o stracciarsi le vesti perché la Germania aumenterà un posto in Champions a svantaggio dell’Italia».


DIRITTI TV - La soluzione? «Lo dico da tempo: bisogna creare un campiona­to in cui possano partecipare sei, sette italiane, sei, sette tedesche e così via. Poi dato che sono un po’ integralista dico che bisogna mettere insie­me le squadre dei cinque paesi calcisticamente più importanti. Capisco che chi punta a essere eletto ha una idea più ecumenica perché ha biso­gno di voti, ma i voti non hanno nulla a che vede­re con la validità di un campionato. Spesso le isti­tuzioni sembrano non comprendere che il calcio si fa per i tifosi». Platini non sembra condividere le sue idee. «Ma qui non si tratta di contrapporsi a Platini, né si tratta di dire, come fa Platini, che De Lauren­tiis è nuovo del calcio: non credo che l’esercizio della verità si fondi sull’obsolescenza. Noi dob­biamo essere attenti alle evoluzioni tecnologiche. In India il calcio in termini di interesse prende­rà forse tra qualche anno il sopravvento sul cric­ket perché le tecnologie spingono in quella dire­zione. Nel 2014 scadono gli accordi definiti da Platini a quel punto ci sarà una linea Rosell (Bar­cellona) più favorevole al presidente dell’Uefa, e una Rummenigge (Bayern) più innovativa. Non si tratta di dividersi, ma di creare un tavolo di concertazione. Ripeto, dobbiamo prestare gran­de attenzione alle innovazioni tecnologiche altri­menti rischiamo di accumulare ritardi che si tra­sformano in danni economici». E’ anche per questo che lei non ha apprezzato il modo in cui la Lega ha venduto il prossimo trien­nio di diritti televisivi? «La Lega ha svenduto il proprio futuro, non ha fatto l’interesse di tutti i club che rappresenta perché si poggia su un sistema di votazione che non garantisce l’obiettività delle scelte. Accade solo in Italia che si venda il futuro in maniera su­perata solo per fare un piacere al presidente del Milan che è anche il presidente di Mediaset».


Leggi l'articolo completo sull'edizione odierna del Corriere dello Sport-Stadio


                                                                                                                                              


                                                                                                                                    

Antonio Maglie

Vuoi commentare o votare questo articolo? Registrati subito!

Copyright © 2008/2009 Kines S.r.l. - C.F. e P.IVA: 02970240160